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Acqua bene comune

Legambiente si batte contro la privatizzazione dei servizi idrici.

La comunità internazionale deve assumere l’impegno per una gestione sostenibile ed equa della risorsa acqua. Le Nazioni unite devono riconoscere l’accesso all’acqua come un diritto fondamentale e inalienabile, individuale e collettivo. E’ necessario:

  • adottare, a livello mondiale, politiche di salvaguardia dell’acqua come elemento centrale dello sviluppo e prioritario nella lotta alla povertà;
  • garantire un servizio accessibile a tutti nel rispetto delprincipio delle ‘3 E’: efficienza, efficacia, economicità;
  • trovare forme innovative per rendere protagoniste le comunità locali nella gestione dei servizi idrici e per vigilare sull’applicazione di un esercizio trasparente ed equo;
  • intraprendere scelte non generiche ma diversificate e puntuali in base alle esigenze territoriali, per evitare i casi di cattiva gestione, o il prevalere di logiche di profitto a discapito della qualità del servizio e della risorsa (perdite idriche, mancanza di investimenti);

Per conoscenza delle problematiche giuridiche e della situazione trentina, mettiamo a disposizione un sunto della sentenza della Corte Costituzionale n. 325/2010 che ha rigettato i ricorsi delle Regioni contro le norme di privatizzazione statale del 2008-2009 ed altri documenti utili forniti da Gianfranco Poliandri.


Giovedì 3 febbraio presentata a Trento in Piazza Duomo la campagna referendaria.

Presentata questa mattina in Piazza Duomo la campagna referendaria in Trentino. Dopo la raccolta di 11.000 firme per i referendum contro le privatizzazioni dell’acqua, i Comitati e gli altri soggetti che si sono attivati in Trentino nell’estate del 2010 aprono la campagna per la vittoria dei SI. Le decisioni della Corte costituzionale nn. 24 e 26 del gennaio 2011 hanno dichiarato ammissibili i referendum promossi dai movimenti italiani per l’acqua bene comune che vogliono: a) abrogare le norme che nel 2008-2009 hanno accelerato fortemente la privatizzazione dei servizi idrici (e di quasi tutti gli altri servizi pubblici locali); b) creare alcune delle condizioni necessarie per avviare un processo di ripubblicizzazione dei servizi; c) eliminare lo scandalo della remunerazione automatica garantita al capitale privato investito nel settore. Raggiungere il quorum e vincere con una valanga di SI ha un valore specifico in Trentino: sia per il necessario contributo alla battaglia nazionale sia per battere la privatizzazione strisciante che i servizi idrici subiscono anche in questa Provincia. Contrariamente a quanto prevedono le regole statali, lo Statuto speciale permetterebbe in Trentino esclusivamente gestioni pubbliche basate su servizi comunali in economia e aziende speciali. Eppure, assumendosi una responsabilità grave, la Provincia di Trento ha voluto aprire al mercato i servizi idrici già nel 1993 ed ha insistito su questa strada fino alle irragionevoli norme della legge finanziaria provinciale 2011 dove (articolo 22) si raccolgono le peggiori indicazioni delle norme nazionali 2008-2009 e si stabilisce che anche in Trentino nelle SpA a capitale misto il socio privato possieda almeno il 40% del capitale sociale. Una decisione che: 1) non ha tenuto conto delle sensibilità espresse da gran parte dei cittadini; 2) è stata mascherata con la necessità di confermare le tradizionali gestioni trentine (che erano invece già garantite dallo Statuto, dalla legge regionale n. 1/1993 e dalla legge provinciale n. 6/2004). Al di là delle apparenze, la penetrazione delle gestioni privatizzate in Trentino ha raggiunto livelli importanti. Nel 2010, 193 Comuni su 217 mantengono gestioni realmente pubbliche; ma altri 24 (per un totale di circa 200.000 abitanti riforniti) producono il servizio idrico tramite affidamento a SpA che – miste o di totale proprietà degli enti locali – sono comunque soggetti di diritto privato tenuti a ricercare profitti di mercato.In Trentino la sfida per la vittoria nei referendum si intreccia con altre sfide decisive. Tra il 2011 e l’inizio del 2012 le Comunità di Valle (che hanno ora la competenza) dovranno stabilire la forma organizzativa del proprio servizio idrico e potranno scegliere tra le 4 soluzioni ancora possibili in questa Provincia: 1) le gestioni comunali in economia associate in convenzione “di territorio”; 2) le aziende speciali o gli enti pubblici economici in assetto consortile; 3) le SpA miste; 4) le SpA a totale capitale pubblico. L’impegno dei movimenti e dei soggetti che hanno promosso il referendum e che si battono per l’acqua bene comune è vigilare che le future scelte raccolgano le preoccupazioni delle collettività, non ignorino le tradizioni di valle, non siano orientate al mercato e quando necessario aprano percorsi di recupero dei servizi oggi affidati alle SpA. Per questo potranno essere ancora utili le modifiche degli Statuti di Comuni e Comunità di Valle per dichiarare il ciclo idrico come servizio locale di interesse generale che per sua propria natura non è possibile erogare ricorrendo alle regole del mercato e della concorrenza. Ma le gestioni pubbliche in economia o tramite aziende non assicurano per definizione né trasparenza totale né partecipazione ampia delle collettività nelle decisioni. Sarà questo un terreno di confronto, anche per il minimo gratuito di 50 lt/giorno/persona e uno statuto provinciale dei beni comuni. Ci sono infine altri obiettivi. La produzione dei servizi idrici è una delle forme degli usi dell’acqua. Le disuguaglianze e le nocività che non vogliamo passano anche in Trentino attraverso gli impieghi irragionevoli, gli sprechi, gli inquinamenti.